lunedì 11 gennaio 2010

Elogio allo squallore

Nella stropicciata mattina di Gennaio in cui mi svegliai trovai la gentile e pacata accoglienza di una pioggerella gelida come il bacio di una puttana. Chiusi le finestre della camera e andai in cuina per farmi un caffè. Frattanto come al solito mi ero preparato la sigaretta con l'accendino accanto al bicchierino di vetro e avevo messo su un po' di musica dallo stereo. Il caffè venne su e lo versai nel bicchierino. Posai la moka e presi lo zucchero: due cucchiaiate mi sembravano più che sufficienti.
Il caffè più schifoso della mia vita.
Non so perchè, ma era da più di un anno che non riuscivo a fare un buon caffè. Non cambiavo nè le dosi di caffè nè le dosi d'acqua, eppure mi veniva male. Allora aumentavo l'acqua e diminuivo il caffè. Niente. Allora aumentavo il caffè e diminuivo l'acqua. Nisba. E così mi ritrovai a sorseggiare questa brodaglia calda dal sapore pungente in una mattina qualsiasi di Gennaio resa ancor più squallida dal grigio cielo che pesante come una immensa coperta sormontava tutta quanta Roma.
Finito il caffè e accesa la sigaretta decisi che quello era in assoluto il momento migliore per andare al bagno. Mi sedetti sul water e cominciai con un'allegra sinfonia di peti e gorgoglii vari, mentre con la mano sinistra tenevo la sigaretta e con la destra un libercolo di Cioran: "Sillogismi dell'amarezza". Una lettura assai simpatica, ideale per un ragazzo sempre tendente a vedere l'oblio delle cose (quando poi si manifesta al mondo per allegro e spensierato menefreghista).
Inspirai la sigaretta, aprii i libercolo, e la prima frase che lessi fu: in un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare. Grazie, grazie Cioran! Ogni giorno di più mi fai capire che lo squallore e la tristezza e l'amarezza e la malinconia e quella specie di vuoto esistenziale che provo in ogni singolo istante in cui non faccio nulla (cioè praticamente sempre) sono indispensabili per la vita di un ragazzo che fa della passività nei confronti degli eventi che lo assalgono la sua ragione di vita.
La defecazione fu assai piacevole, mi risollevò notevolmente combinata con la lettura ispiratrice di una sola frase, così spensi la sigaretta cominciata da poco e mi sedetti sul bidet.
Per un attimo pensai di trastullarmi un po' con il mio inseparabile compagno di vita, con colui il quale detta il novantanove per cento di tutti i miei comportamenti e, spero, almeno il cinquanta per cento dei comportamenti delle gentili ragazze che conosco. Ormai era bello turgido, l'acqua calda aveva stimolato i centri nervosi assieme al mio tastarlo, e il sangue rapidamente fluiva dal cervello fino a lui. Lo impugnai con delicatezza e abbozzai un movimento dall'alto verso il basso, ma immediatamente mi feci ribrezzo; lo piazzai sotto un potente getto di acqua gelida e quello subito si ritirò amaramente, tornando al suo pietoso stato di unica via d'uscita per il piscio. Aveva perso tutte le sue altre mansioni, non era più lo schifoso dittatore che comandava i miei pensieri e i miei gesti.
Avevo vinto.
Finii di lavarmi, mi asciugai, e mi stesi sul letto. Lui provò un'altra volta a farmi capire ciò che voleva che io volessi. Non gli diedi retta e mi addormentai.

Un corridoio. Tutto grigio, tutto fumo. Una porta. La apro? Entro. Luce rossa, sembra una camera oscura. Una brandina. Una donna bellissima. Alta, formosa, i capelli neri che si appoggiano morbidi sulle sue dolci spalle, il collo lungo e gentile nei movimenti, le labbra rosse come due pesche succose, gli occhi grandi e lucenti, un po' maliziosi. Mi sorride e le vado incontro. Non una parola. Lei mi bacia, io ricambio felice, e sento un'altra volta lui che preme contro la parte bassa del suo bacino. A lei piace. Sorride. Mi bacia. Mette le mani dentro i pantaloni. Dio sta per scoppiare, non è mai stato così gonfio! Ci sdraiamo, e continuiamo ad abbracciarci, a baciarci, a toccarci; una sinfonia di gesti e sensazioni, di salive che si mescolano e di calore che vaga tra i due corpi, calore che crea una specie di accogliente lenzuolo scuro oltre il quale il gelo spadroneggiava. Io sudo, lei suda, noi sudiamo. Lo tiro fuori, è giunto il momento. Si sdraia supina, e ancora non proferisce verbo. Continua a sorridere, scanza le mutandine e apre le gambe come se con esse mi volesse abbracciare, come se volesse intrappolarmi con le sue tenaglie dell'amore. Non posso sottrarmi. Mi avvicino, mi appoggio su di lei. Chino la testa, la bacio. Mi appoggio col braccio sinistro sul materasso, e lì butto tutto il peso del corpo. Subito il braccio comincia a formicolare. Con la mano destra impugno quella specie di cannone carico di polvere da sparo, e lo dirigo verso quell'accogliente conca, umida e dall'odore fortissimo. Sto entrando, ti vedo. Sorridi. Sei bellissima. Ti amo.

Mi svegliai con gli operai che battevano un martello pneumatico sopra il garage sotterraneo in riparazione. Guardai l'orologio, non avevo dormito più di mezz'ora. Bestemmiai, andai in bagno, e mi masturbai.
Avevo perso.

sabato 9 gennaio 2010

Hurt

Ero seduto sulla mia poltrona a riflettere mentre mi fumavo una sigaretta. Non sapevo che ore fossero, era tutto il giorno che stavo dentro casa senza far nulla, pensando e basta. Avrei dovuto fare molte cose: il mio frigorifero conteneva la bellezza di un limone secco e un cartone del latte scaduto, quindi un salto al supermercato sarebbe stato doveroso farlo; poi dovevo andare alle poste per pagare una multa - feci la furbata di attraversare col mio motorino un incrocio in cui il semaforo indicava ineluttabilmente il rosso, proprio davanti al gabiotto della polizia municipale -; dovevo anche andare a casa di un mio amico che mi doveva la bellezza di settantacinque euro che gli prestai per comprare un biglietto aereo per non-ricordo-dove. Ma la mia indolenza fece sì che rimanessi in casa, solo, a fumare e a bere dell'ottimo vino che mi era stato regalato per natale, un Don Giovanni del 2002. In realtà non sapevo se si trattasse di un ottimo vino, non ne capisco nulla di aromi fruttati, sapori di tappo e retrogusti di assolate regioni italiane, però mi piaceva. Dalle casse dello stereo usciva calda e soffocata la voce di Trent Reznor: "I hurt myself today, to see if I steel feel, I focus on the pain, the only thing that's real...". Esattamente un mese prima io e Maria ci eravamo lasciati. In realtà la lasciai io, nonostante volessi stare con lei e l'amassi anche più della mia vita. Ma lei fu davvero brava, riuscì a rigirare la frittata un po' come volle e fece sì che fossi costretto a lasciarla poichè lei non voleva più stare con me. Quanto mi comportai stupidamente, mi feci mettere i piedi in testa anche l'ultimo giorno della nostra breve ma intensissima relazione. Canzone più adatta nonl la potevo ascoltare: mi stavo esattamente focalizzando sul mio dolore da un mese a quella parte, ed era davvero l'unica cosa che mi facesse sentire vivo. Il dolore era un ottimo rimedio che sovente utilizzavo quando dovevo curarmi dalla più terribile delle malattie, la quale purtroppo mi assillava da più d'un lustro.
Il vuoto.
Allo stomaco provavo la stessa identica sensazione che provai pochi anni prima quando, dopo aver bevuto una quantità industriale di whiskey e rum, vomitai tutto me stesso sul marciapiedi di una strada del centro. Le mie membra erano avvolte da una specie di calore che promanava da tutti quanti i pori della mia pelle, riuscivo a muoverle a malapena. Per contrappasso, all'interno del mio corpo sentivo il sangue fluire velocemente, e ciò mi provocava qualche giramento di testa e un annebbiamento quasi totale della vista.
Ma quel giorno non era così. Quel giorno il dolore mi riempiva tutto il corpo, ogni piccolissima cellula di ogni mio apparato del mio organismo era satolla di dolore.
Non avevo voglia di piangere, non mi veniva per nulla. Un po' mi dispiacque, ma in fondo pensai che fosse meglio così. La sigaretta era finita, e la spensi nel posacenere. Mi alzai dalla poltrona e mi misi davanti alla finestra. Stava piovendo, ed era una pioggia color ruggine: "If I could start again a million miles away, I would keep myself, I would find a way".
Ricominciare tutto da capo? Davvero era possibile farlo? Potevo scrollarmi dalle spalle tutti i miei peccati? Tutti i miei errori? Tutti quei pesi che gravavano sulla mia esistenza? Tutte quelle responsabilità non mantenute? Tutte quelle delusioni? Tutte quelle persone che non volevo vedere, quelle che mi avevano ferito e quelle che avevo ferito?
If, quel maledetto "se" che distrugge tutti sogni e le aspettative di un uomo.
Non potevo fuggire dalla mia vita, ma non volevo neanche affrontarla a viso aperto. Ero curioso di osservare in maniera piuttosto distaccata la sua evoluzione, non mi piace pensare di essere artefice del mio destino. Questa è davvero una responsabilità troppo grande che non voglio prendermi neanche per sogno.
Presi un biglietto dell'autobus scaduto, ne strappai un pezzettino e ci feci un filtro. Poi misi una mano nella tasca della giacca sull'attaccapanni e ne estrassi un piccolissimo tocco di fumo, che scaldai e sbriciolai sulla mia mano sinistra. Mescolai il risultato con un po' di vecchio tabacco secco che tenevo apposta per occasioni del genere e rovesciai il tutto su una cartina. Cominciai a girare, a girare, a girare. Inserii il filtro, e chiusi con le dita la canna. Leccai la cartina con la stessa delicatezza con cui leccavo fino ad un mese prima le "altre" labbra di Maria, un gesto tanto sconcio quanto dolce e affettuoso, e strappai la parte di cartina superflua. Cominciai a fumare.
Guardai l'orologio, ed erano le cinque del pomeriggio.

Ed ho come la sensazione di aver lasciato in bella vista spaventosi errori grammaticali e banalissimi sentimenti ai più comuni.

sabato 26 dicembre 2009

Santo Stefano

Sabato mattina, è il ventisei di Dicembre. Ieri era Natale, oggi è santo Stefano. Il mio onomastico. Guardo fuori dalla finestra e vedo grigio. Un manto oscuro ha ricoperto tutta la città, e si percepisce all'istante l'imminenza di una piovuta. Mi alzo dal letto: gira la testa. Ieri sera ho bevuto troppo, e anche ieri pomeriggio. E anche l'altro ieri sera. In realtà sono dieci giorni che bevo al di sopra della norma, ma il mio fisico per ora sembra reagire bene. Mi faccio passare il giramento di testa chiudendo gli occhi e respirando profondamente, così mi dirigo in cucina; il caffè è già pronto e ancora caldo. Mia madre è in salotto che sgranocchia dei biscotti intingendoli nella sua tazza di caffèlatte. Mi siedo accanto a lei e comincio a bere il mio caffè, non ho voglia del latte stamane.
Non una parola.
Mi giro per guardare meglio mia madre. Non è sveglia. Si muove, mangia, beve, ma non è sveglia. Gli occhi sono chiusi e il respiro è profondo. Sento un leggero ciabattare provenire dal corridoio. Questa è mia sorella, uno spettro. Guarda il tavolo dove io e mia madre siamo seduti e si getta di colpo dentro il bagno. Scompare per qualche minuto.
Io frattanto finito il mio caffè, mangio qualche biscotto, mentre con passo sonnolento ma deciso mi dirigo verso la mia camera. Sono le undici. Indosso i jeans, poi mi infilo una felpa nera, e alla fine mi metto gli anfibi neri. Lettore mp3, cuffiette, chiavi, sigarette, accendino, cellulare. Cellulare. Un messaggio non letto inviato da Rob.
"Mi scuso anticipatamente per il modo in cui ve lo dico ma non stando a Roma non riesco a pensare un modo migliore per dirvelo a tutti. Il padre di Laura è morto, i funerali si terranno il 23 ma non so dirvi altro, io sto cercando di anticipare il mio volo per andarci. Scusate per il pessimo risveglio."
Il messaggio è stato inviato alle 8.58 di stamattina.
Rob è davvero una persona di merda, per una cosa così delicata non può mandare un messaggio comune a tutti i suoi amici. Non può rivolgersi a tutti noi allo stesso identico modo.
Cosa cazzo sto pensando?
Comincio a piangere, e non riesco a fermare le lacrime. Scrivo un pessimo messaggio di condoglianze a Laura e prendo il guinzaglio. Giù col cane sento la pioggia irrigarmi il volto, ed ha un sapore dolce. Preferisco di gran lunga il salato delle lacrime, così mi metto il cappuccio e mi accendo una sigaretta.
Accendo l'mp3: "Vedrai Vedrai" di Lugi Tenco.
Non ci sono cani in giro, quindi la passeggiata procede piacevole e senza problemi d'alun genere, eccezion fatta per l'eccesso di muco che mi ritrovo dentro le narici. Piangere quando si è raffreddati non è affatto quella che qualcuno potrebbe definire una furbata.
La sigaretta è finita e neanche me ne sono accorto; non me la sono goduta. Ne prendo un'altra.
"Perfect Day" di Lou Reed.
Torno col pensiero al padre di Laura. Non mi ricordo la sua faccia, non mi ricordo la sua voce, non mi ricordo il suo nome. Ma piango la sua morte. La piango, continuo a piangerla, non riesco a frenare le lacrime. E non le verso per Laura, perchè so che non avrà più un padre. Non le verso nemmeno ripensando a mio padre, morto più di due anni e mezzo fa. Piango perchè la vita è davvero dura.
Il padre di Laura aveva un tumore, credo al cervello ma non ne sono certo. La sua fine era praticamente già segnata da tempo. Erano anni ormai che lottava strenuamente contro la malattia, sembrava ci provasse davvero con tutto sè stesso. In fondo, ora ha smesso di soffrire.
Possibile che l'unica alternativa alla sofferenza, al dolore, a volte non sia altrimenti che la morte? Possibile che per smetterla di non potermi godere appieno il profumo dei fiori e le risate dei miei cari debba morire?
"Kinky Afro" degli Happy Mondays.
Che fregatura la riproduzione casuale; non la metto mai, perchè proprio oggi dovevo impostarla?
Cerco la canzone da dedicare al momento, a Laura e a suo padre. E a me che piango.
"The Tide" dei Neurosis.
Non c'entra davvero nulla, ma mi piace molitssimo questa canzone.
Smetto di piangere, ma la pioggia continua imperterrita a colpire me ed il mio cane, che segue alla perfezione il mio passo, senza tirare o deviare il percorso.
Continuo a pensare a Laura, al padre, a Rob, a mio padre, a mia madre, a mia sorella.
Lunedì ci saranno i funerali, spero che Laura abbia delle belle amiche. Non tanto perchè voglia provare a rimorchiare qualcuna, ma nella vita anche le situazioni peggiori si addolciscono notevolmente se c'è una bella ragazza, almeno per quanto mi riguarda.
Ricomincio a piangere. Non voglio farlo durante il funerale, voglio svuotarmi di tutta quest'angoscia qui, in questo momento.
Ne ho abbastanza, così torno a casa. Una volta entrato, metto ad asciugare i panni fradici e mi metto una maglietta con un paio di pantaloncini da basket. Mi accendo un'altra sigaretta.
Sto fumando davvero troppo.

sabato 5 dicembre 2009

Una cimice

Mancavano una ventina di minuti alle due e il sole era alto nel cielo, un cielo azzurro come di rado capita di incontrarne a Dicembre. Entrai in casa stanco, dopo aver passato una strana mattinata che aveva scombussolato il mio modo di vedere me stesso. Una mattinata in cui feci cose che non volevo fare e che, forse, non sapevo neanche di aver fatto. Dalle sei e mezzo del mattino fino alle undici meno un quarto, momento in cui attaccai a lavorare, ho vissuto la mia vita in una focalizzazione esterna, vedevo da fuori le mie azioni e non mi capacitavo del perchè le facessi. Poi, una volta entrato nella fredda acqua della piscina in cui lavoravo come istruttore di nuoto, ripresi possesso del mio corpo e della mia mente. Ecco perchè entrai in casa stanco. Questo muovermi oltre il mio corpo mi aveva reso debole come un vecchio straccio col quale si pulisce solamente il vomito del cane; per rendere linda una bella casa serve uno straccio bello, che abbia la forza di assorbire tutte le schifezze che si depositano per terra.
Aprii la porta e con mia grande sorpresa, notai che al posto della parete con i quadri davanti a me vedevo il soffitto. Il mio cane mi aveva buttato per terra con una possente musata sulle ginocchia. Mi alzai mentre il peloso animale scodinzolava come un pazzo, così contento di vedermi in quello stato penoso. Lo carezzai con le poche forze che mi rimanevano in corpo e, gettando lo zaino accanto al divano, mi diressi verso la camera, dove avrei acceso il computer.
Era lì in tutto il suo splendore, un bel computer il mio, davvero. Aveva delle buone casse, quindi ascoltarci la musica risultava davvero piacevole. Feci una scarna pressione con l'indice sul tasto dell'accensione, quando ad un tratto scorsi una piccola figura che immobile mi osservava tra i dischi sparsi alla rinfusa sulla scrivania. Una cimice. Cristo dio quella era proprio una cimice del cazzo! Una schifosissima cimice di merda, porca puttana! A me fanno schifo gli insetti, soprattutto quelli come le cimici, che puzzano da morire. Oltretutto non ho mai capito se questi malefici insetti possano volare o meno, e ciò rendeva quello schifoso ammasso di proteine ancora più orrido e disdicevole alla mia vista. Tirai fuori dal mio organismo le energie che fino ad allora erano venute a mancare e corsi in corridoio, presi l'aspirapolvere e mi diressi verso l'odiato nemico. Una volta tornato era ancora là, fermo come una statua, che spizzava con le sue finissime antennine ogni mio movimento. Accesi l'aspirapolvere, mi ero deciso a farlo risucchiare da quell'aggeggio da me sempre odiato ma ora così utile. Avvicinai la bocca dell'elettrodomestico all'insetto che, percependo forse il pericolo, si era girato di spalle. Stava tentando la fuga, e non potevo permetterglielo. L'aspirapolvere faceva il suo sporco mestiere, aspirava aria e polvere, così come delle cartine per sigarette che riposavano libere da qualsiasi cella di cartone. Ma la cimice non ne voleva sapere di farsi risucchiare, e si attaccava avidamente su qualsiasi appiglio trovasse a portata di zampetta. Riuscì per un attimo a divincolarsi e si nascose sotto un libro. Lo sollevai e tornai all'attacco con più ardore rispetto a prima. Avevo paura potesse volare, e il rischio di ritrovarmela in faccia mentre scorreggiava con le sue ghiandole puzzifere mi terrorizzava. Ma non c'era niente da fare, trovò un nuovo appiglio, questa volta si attaccò ad un guanto di lana, e non sembrò volersi staccare, neanche con la forza. Ad un certo punto ebbe un cedimento. Le zampette posteriori si sollevarono all'aria. Sì, stava per cadere, la vittoria era ad un pugno! L'aspirapolvere la stava risucchiando, ma quella con le zampette anteriori rimase attaccata al guanto di lana. Erano passati una decina di minuti da quando l'avevo vista, ed ora la battaglia stava per giungere ad un lieto epilogo, per quanto mi riguardasse. Poi, non so se ciò che sto per dire accadde davvero, mi sembrò di vederla avanzare. Staccava una zampetta per volta, e si trascinava in avanti, cercando di fuggire dal mio strumento di morte.
Si può essere così attaccati alla vita nonostante si viva nei panni di una cimice, il più schifoso e puzzolente insetto della Terra? Cosa cazzo stavo combinando? Stavo per uccidere una creatura minuscola, insignificante, della quale non mi interessava nulla, e alla quale non interessava nulla di me. Perchè mi stavo comportando in quel modo? Mi sentii un mostro, un vile, il presidente degli Stati Uniti d'America. Spensi l'aspirapolvere, e vidi la cimice cadere sul guanto. Una frazione di secondo in più e sarebbe stata risucchiata, sarebbe morta. Mi fermai a guardarla: stava ferma sul guanto, stremata, ma viva. Era viva, e sembrava che avesse il fiatone, sembrava tremasse. Mi sentii in dovere di scusarmi con lei, e la lasciai riposare. Poi, dopo un minuto, cominciò a muoversi, e si nascose tra i miei dischi e i miei libri e le mie cartacce. Da allora non vidi più quella cimice.

martedì 1 dicembre 2009

La verità sta nello scrivere male

Cazzo sono fatto, fatto perso. Sono quasi le tre del pomeriggio e giusto un'ora fa ho smesso di farmi l'ultima canna della mattinata cominciata alle nove con l'avvento nella mia abitazione da parte di un amico con cui sto progettando di scrivere un fumetto. Ripresa di fiato per l'assenza di punteggiatura. Eravamo alla penombra della mia camera, seduti l'uno accanto all'altro; ci sentivamo così vicini nella mente, nelle idee, ma così lontani fisicamente, almeno per quanto mi riguarda. Eravamo avvolti in una coltre di fumo, una specie di spumosa nebbiolina che sembrava dividerci a chilometri di distanza. Con lo sguardo fisso sul monitor e la mente proiettata verso qualsiasi lido non constatasse uno sforzo di concentrazione, ci apprestiamo a vedere un film risalente ai primi anni Novanta, credo. Si tratta de Il Pasto Nudo, film che racconta la storia di un tossico che vive in un costante trip. Siamo nella New York degli anni Cinquanta, un po' noir e un po' conservatrice. Un tizio, per la precisione il protagonista, si fa una pera di una sostanza che veniva utilizzata per disinfestare le case dalle blatte e dagli scarafaggi. L'unico problema è che dopo questa iniezione comincia a vivere una strana storia in cui le macchine da scrivere si trasformano in pericolosi insetti spia giganti che sbavano e si ammazzano tra loro. La sua macchina da scrivere/scarafaggio lo spinge ad andare in un posto che si chiama Interzona, dove ci si droga a destra e a manca di sostanze come la "carne nera" o comunque prodotti provenienti da millepiedi giganti, e dove a quanto pare sono tutti froci. Ovunque lui vada ci sono froci: al mercato nero, nei bar e nei locali, per strada. Qualche frocio invece pare essere una specie di insetto travestito da umano che si fotte i froci e che poi li ammazza, o comunque li ferisce molto gravemente. Non si sa se li ammazzi o meno, insomma. Però una scabrosa scena presenta questo essere che sta lentamente infilando le sue zampe ossute nel volto sanguinolento di un suo giovane amante che poi non si vedrà più per tutto il resto del film, mentre all'inizio era stata una figura piuttosto ricorrente. Fattostà che questo tizio, il protagonista, va in giro a distruggere macchine da scrivere con la sua (visto che tutte le macchine da scrivere si trasformano in scarafaggi e si mangiano l'un l'altra, sono spie che lavorano per differenti padroni).Ad un certo punto una persona piuttosto importante, non ho capito quanto, gli ruba la macchina da scrivere e la tortura per carpirne i segreti riguardo ad una fantomatica associazione che lottava non so bene per cosa. Allora il tizio, che ora mi pare di ricordare si chiamasse William, continua a vagare fattissimo alla ricerca di un dottore, che naturalmente non ricordo come si chiamasse. Alla fine trova una che in realtà è uno, il famoso dottore. Si trova in una specie di monolocale grandissimo, dove sono appesi delle specie di alieni a testa in giù, i quali hanno in testa una fila di peni, proprio così, peni, dai quali esce una non meglio specificata ma piuttosto intuibile sostanza biancastra che dei tossici stavano succhiando avidamente. Questo dottore allora dice a William di andare in un posto, dove William andrà. E così finisce il film.
Sarò stato anche fatto, ma il finale non m'è parso tanto chiaro.
Dalla descrizione che ho appena fatto mi rendo conto che qualcuno possa immaginare un film trash di bassa categoria pensando ad Il Pasto Nudo. In realtà è una pellicola ricca di spunti; troviamo anche della satira politica in molte scene, sempre rappresentata attraverso efficaci metafore. Cazzo ora che ci penso il significato politico/culturale del film è notevole e molto nobile.
Però il finale non mi va giù. Non credo abbia senso. Dovrei rivedermelo, magari in condizioni migliori rispetto a quelle che avevo stamane e che ho tutt'ora.
La mia testa è leggera come un palloncino pieno d'elio, mentre le mie palpebre sono pesanti come una coperta sopra un moribondo delirante per la febbre. Gli occhi hanno voglia di chiudersi e di dire addio, almeno per il momento, alla realtà. Hanno voglia di vivere l'onirico, hanno voglia di vivere nel mondo della leggerezza e della confusione, vogliono sguazzare nel brodo primordiale che ha dato vita all'umanità, quel caos calmo che lentamente si definisce. Invece la realtà è proprio sulle mie spalle che incombe, pronta a gettarsi su di me come un avvoltoio affamato, o come la pioggia che minacciano le oscure e grevi nubi che addensano il cielo. Tra meno di mezz'ora devo uscire di casa per andare a lavorare. In realtà non vorrei lavorare ora, e non vorrei neanche dormire. Vorrei vivere in un pentagramma, e prendere a calci tutte le note per farle suonare. Oppure potrei scendere giù da uno scivolo di note distanti tra loro solo un semitono. Giù in picchiata fino al La. Dal La al La, per tutti i semitoni. Li suonerei col culo, tutti quanti. E mi massaggerebbero l'ano, il che credo possa rivelarsi molto piacevole. Un conto è una zucchina nel culo, un conto è una panciuta e morbida nota che ti accarezza la "fessura delle chiappe".
Oltretutto se uno avesse la bocca al posto del buco del culo vomiterebbe merda. O cagherebbe vomito?
In fondo non credo che entrambe le vedute possano rivelarsi giuste. Una per forza è più giusta dell'altra. In fondo una bocca vomita, non caga. Quindi vomiterebbe merda. Se uno avesse il buco del culo al posto della bocca cagherebbe vomito, solo in quel caso.
Quindi però per dare valore alla mia tesi debbo anche tener conto dell'apparato digerente degli esseri umani, che dovremmo posizionare esattamente al contrario rispetto alla norma. Dalla testa parte l'intestino, e al sedere arrivano la trachea e poi la laringe. Ma gli altri organi interni probabilmente subirebbero notevoli modifiche dall'inversione di tutto un apparato. Quindi a quel punto dovremmo immaginare degli uomini al contrario, a testa in giù. Questi, abituati a vivere a testa in giù, penseranno di vivere a testa in sù. Vivrebbero in un mondo tutto loro. Ci alzerebbero il dito medio in faccia e si farebbero beffe di noi, riderebbero del nostro stare a testa in giù.
Dio, è probabilissimo che noi viviamo a testa in giù.
Anche se trovo molto più probabile il fatto che non esista un giù, come non esista un sù. Ma come lo spiego ai miei occhi. Non voglio dire che è tutto relativo, è facile uscirne così. Preferisco uscirne sconfitto, è molto più difficile.
E tra cinque minuti devo uscire di casa. Devo affrontare queste scurissime nubi cariche di pioggia, pronte a pisciarmi addosso in qualsiasi istante. Pronte a divertirsi con me, una formichina che sta giù per terra. Maledette, che un raggio di sole possa fendervi da parte a parte e accompagnarmi per la mia strada. Se solo le nuvole sanguinassero staremmo tutti a sparar loro addosso.
Dico io, che cazzo venite a fare qua a rompere i coglioni alla gente onesta che lavora? Ma perchè non andate a rompere il cazzo in Congo dove la gente muore di sete? E rompete il cazzo un po' anche a loro, no?
Tra tre minuti devo uscire di casa, ma ho ancora addosso il pigiama.

Cinque minuti fa dovevo uscire di casa. Sto ancora in pigiama.

mercoledì 18 novembre 2009

Gli Abbracci Spezzati

Non date troppo credito a ciò che segue, grazie. Nel senso, non ho la presunzione di dire di aver scritto una recensione, punto primo perchè il film è inserito in un contesto puramente narrativo, punto secondo perchè sono di parte, punto terzo perchè l'analisi non è molto curata. Bella.

Martedì 17 Novembre, sono le otto di sera e chiacchiero con due miei amici davanti al cinema. Stiamo per entrare, dobbiamo vedere l'ultimo film di Almodovar. Io non mi sento tanto bene: la gola mi fa malissimo e brividi sparsi in tutto il corpo preannunciano l'alzarsi della temperatura corporea. Oltretutto il carico da novanta me lo danno proprio loro, i miei amici, dicendomi che arriverà a breve la mia ex con delle sue amiche. Avremmo dovuto vedere il film assieme a loro. Io non avevo alcuna voglia di vedere la mia ex, non in quanto tale ma in quanto persona a me poco gradita in quel preciso istante, e soprattutto le sue amiche, che se fossero state belle ed interessanti non avrei mai potuto approcciare viste le mie pessime condizioni fisiche. Fossero state invece brutte sarebbe stato comunque un dispiacere per i miei occhi avidi di bellezza e di armonia trovarsi di fronte uno spettacolo non esaltante. Così, col sapore di morte in bocca, i brividi che mi lacerano le ossa, e l'insostenibile noia nel dover vedere persone che non voglio vedere, mi accingo a pagare i tre biglietti d'ingresso con la mia bella banconota da 100 euro.
Dopo poco arrivano Lorenza e le sue amiche, che poi sono tutt'altro che amiche visto che hanno la barba. Insomma, va bene che non voglio vedere ragazze, ma tantomeno voglio vedere dei ragazzi che hanno appena terminato una lezione di filosofia. Quasi del tutto rassegnato all'ineluttabile pesantezza degli eventi che incombono su noi poveri esseri umani mi reco all'interno della sala per vedere questo benedetto film. Speriamo sia un bel film.
Ore dieci e venti. Il film è finito. Dopo aver constatato l'ora mi stupisco che il film sia durato solo due ore, pensavo di essere stato dentro quella sala almeno tre ore. Il film non m'è piaciuto: banale, noioso e surreale nel senso negativo del termine. C'è una che gli sta morendo il padre, allora arriva il suo datore di lavoro che fa in modo che il padre riceva le migliori cure possibili. Lei in cambio se lo scopa con una certa regolarità, e diventano a tutti gli effetti una coppia di fatto. Lei non fa un cazzo dalla mattina alla sera, e le dispiace perchè vorrebbe fare l'attrice. Allora va a fare un provino da un tizio che le da la parte solo perchè è fica. Cominciano le riprese e si capisce che i due si piacciono reciprocamente, e l'uomo della mignotta manda il figlio sul set affinchè riprenda tutto e gli porti il materiale, insomma vuole che spii la sua donna. Per i primi tempi attrice e regista scopano senza problemi, ma a un certo punto vengono scoperti e scappano perchè il tizio ricco, l'uomo della mignotta, rosica e ammazza di botte la sua donna. Insomma questi scappano e se ne vanno in un posto non meglio specificato, al mare. Un bel giorno fanno un incidente e lei muore, mentre lui, il regista, diventa cieco.
Tutto questo è un flashback che racconta il regista ormai ceco ad un ragazzo, il figlio della sua agente. Poi gli ultimi dieci minuti del film non ve li racconto; non tanto perchè rischierei di rovinarvi il finale, quanto perchè ho impostato il discorso in una certa maniera e non riesco a terminarlo se non lasciando perdere il prosieguo. Per carità, dei colpi di scena ci sono ma sono del tutto insignificanti e recitati perdipiù malissimo. Al fine della fiera non contano un cazzo.
Insomma, un film privo di contenuti e di "hype". Le uniche cose belle sono le riprese, il montaggio e la fotografia. Ma sono di un bello che non interessa, almeno personalmente. Il bello fine a sè stesso non conta nulla. Scene bellissime montate divinamente che guardi e dici: "però, bello". E poi? Nulla. Ho provato la stessa sensazione che provai ascoltando l'omonimo degli Emerson Lake & Palmer. Bravi, bravissimi, fenomenali, ma cosa mi volete dimostrare? Quanto siete bravi? Ecco. La stessa cosa mi ha lasciato questo film di Almodòvar. Sì Pedro, sei bravo, contento? Ora vai a giocare con gli amici, ti chiamo quando è pronta la pappa. Se sei così insicuro non darti al cinema figlio mio, ma ad una bella terapia di gruppo.
Fuori dal cinema discuto animatamente con Lorenza riguardo a questo film, visto che a lei è piaciuto tantissimo. Non mi capacito del fatto che ad una persona intelligente possa piacere un film del genere.
Ad un certo punto la situazione si fa piuttosto calda tra di noi, ed io comincio a dire frasi senza senso vista la febbre che stava salendo inesorabilmente, così decidiamo di separarci. Mi bevo una birra con i miei due amici, mi ascolto tutto Wish You Were Here dei Pink Floyd saggiamente messo in casse dal barista, e concludo la serata a casa mia, con una bella tachipirina.

Voto per il film: su cinque, je do du' pallette.

Stefeno.

P.S.: nonostante quegli eventi avversi, ho passato un'ottima serata con il buon Luca ed il buon Riccardo, e per questo vorrei ringraziarli.

venerdì 13 novembre 2009

Un uomo, un fallimento

Mi ammazzo.
Questa è la sentita decisione che ho preso dopo una lunga e seria riflessione sulla mia vita e su come gira il mondo in generale. Non c'è davvero più nulla che io riesca a fare per tirare avanti, perchè in queste condizioni non si può. Sono un inetto, uno sfigato, faccio pena e compassione a me stesso, non me ne frega degli altri, sennò non avrei sicuramente scelto la via del suicidio. Certo che la decisione è sofferta: la mia famiglia, i miei amici e... basta, nient'altro. Non vedo opportunità in questo futuro, non vedo luce, non vedo sbocchi verso la felicità. E sono stanco di andare avanti, sono stanco di spaccarmi i neuroni cercando un pensiero positivo che non riesce mai a presentarsi come tale. L'ho trovata, in un cassonetto, la scorsa settimana, mentre buttavo l'immondizia. Non so che pistola sia, so che è una pistola, e credo d'aver capito come funziona. C'è un solo proiettile, mi basta caricare con la levetta che sta là dietro e premere il grilletto. Bang! O click. Dipende se il proiettile è in canna o meno. Ma non voglio giocare alla roulette russa, non mi sento in vena. Voglio morire e basta, la pallottola la preparo subito.
Certo che me la ricordavo meno pesante questa pistola, mamma mia. E se il rinculo devia il proiettile e non muoio ma mi ferisco gravemente? Magari vivrò per tutta la vita come un vegetale. No. Non voglio vivere come un vegetale, voglio morire.
Certo che il mio ultimo pasto è stata una cotoletta cotta pure male da mia sorella.
E l'ultima sigaretta non è che me la sia goduta poi così tanto.
Oltretutto debbo pure dare una fotocopia ad un'amica. Le serve per l'università poverina, come farà senza?
Non credo sia il momento giusto per suicidarmi.
Però prima o poi lo farò, lo giuro. Su di me.
Ora porto giù Arturo che deve fare cacca e pipì, se non ci fossi io non so come farebbe.