venerdì 21 ottobre 2011

Dal dentista

Era settembre. Dentro casa guardavo dalla finestra la città che mi si scagliava contro come un pugno nell'occhio. Era la classica tarda mattinata di fine settembre; sembrava facesse caldo, sembrava si potesse uscire in pantaloncini corti e mezze maniche.
Dieci minuti dopo uscivo dall'ascensore con i jeans neri lunghi, la felpa verde col cappuccio tirato su e "Borracho" di Mark Lanegan alle orecchie.
Ci volevano circa cinque minuti per arrivare dal dentista, e cinque minuti sono due canzoni brevi, o tre canzoni brevissime, considerando che potevo anche rallentare il passo. Lungo la strada incontrai Giorgio, batterista dai lunghissimi capelli ricci, neri come la pece. Aveva le labbra carnose, e gli occhi scuri. A descriverlo così può sembrare un bel ragazzo, in realtà credo sia una delle persone più brutte che abbia mai visto in vita mia e spero vivamente non venga mai a conoscenza di queste righe. Chiacchierammo del più e del meno, della sua band e dei Nirvana, e poi mi congedai immediatamente, piuttosto frettolosamente, colpito da un'illuminazione.
Presi l'ipod e feci partire "Here" dei Pavement. Era proprio quello di cui avevo bisogno, un'altra illuminazione vincente. Bravo Stefano, migliori di giorno in giorno.
Arrivato dal dentista mi resi subito conto che la musica non era la solita. Danilo, il dentista, mi accolse infatti con Flamenco Sketches di Miles Davis. La cosa mi riempì di gioia. Molta meno gioia mi concesse la fredda poltroncina su cui mi sdraiai, e gli strumenti di tortura appoggiati sul vassoio alla mia destra.
-Cosa dobbiamo fare Stefano?-.
-Guarda, io fumo troppo e probabilmente bevo anche troppo caffè, fatto sta che debbo fare una pulizia dentale anche perché mi si stanno ingiallendo un sacco i denti e mi si sono formate delle orribili macchie nere sugli incisivi.-
-Io quelle te le posso togliere ma tu devi diminuire le sigarette.-
-Contaci Danilo, contaci.-
-Davvero, ti fa male fumare. E poi tu sei un cantante...-
-Lo ero a 17 anni Danilo, ho lasciato perdere. E oltretutto le sigarette abbelliscono di molto la voce. Guarda Tom Waits per esempio.-
-Ah, ma lo sai che la scorsa settimana ho comprato Rain Dogs?-
-In quanto a musica non mi hai mai deluso, per questo sei il mio dentista.-
-Non dire cazzate Stè, ti ho salvato i denti insegnandoti ad usare lo spazzolino.-
-Anche questo è vero.-
-Stefano, io ti ho insegnato ad usare lo spazzolino a 16 anni, non è normale.-
-Lavarsi i denti è superfluo. Lavarsi è superfluo. Tanto poi mi sporco di nuovo.-
-Ma poi puzzi.-
-Infatti mi lavo perché sennò nessuna ragazza mi caga. E sto qui a farmi pulire i denti da te per lo stesso motivo.-
Seguirono qualche risata e qualche altra battuta, finché non cominciò con i suoi strumenti di morte a massacrarmi la bocca. Dio, volevo urlare. Io non sopporto facilmente il dolore, la mia natura è pigra quindi soffrire dolore fisico diventa una fatica insormontabile. Mi innervosisco facilmente e mi rovino tutta la giornata.
Passò una mezz'ora abbondante con vari aggeggi nella mia bocca: tubi, trapani ad ultrasuoni, lime e quant'altro. Poi mi spruzzò in tutta la bocca una sostanza liquida non meglio identificata dal fresco sapore di ciliegia. Fu piacevole, a suo modo.
Uscito dallo studio mi avvicinai alla prima macchina a portata di tiro. Vidi la mia immagine riflessa sullo specchietto laterale. Sorrisi. Avevo dei denti bianchissimi.
Presi l'ipod. Dovevo scegliere la canzone adatta.
"Something I Learned Today" degli Husker Du.
Se imparai una cosa, quel giorno, fu l'importanza di lavarsi i denti. E non per chissà quale motivo. Semplicemente, poi, andare dal dentista, diventava veramente troppo doloroso.

domenica 9 ottobre 2011

Ciaff. Ciaff. Ciaff...

Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Signora mia, lei non può capire quanto nuota male. Non oso immaginare come cammina, ma dalla nuotata sembra che le abbiano ficcato un palo al culo. Le sue braccia signora, le sue braccia! Le tiene troppo rigide, le muove ma poi non sposta l'acqua. Lei fatica e basta signora.
Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Mi giro verso destra, dove c'è l'orologio. Sono le tre, ho attaccato a lavorare da un'ora. Mi sembra sia passata un'eternità.
Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Guardo fuori dalla vetrata; il cielo è sereno, ma tira vento. I panni stesi dei balconi che danno sulla piscina si agitano, sembra che vogliano scappare. Io sono come loro adesso, vorrei scappare. Vorrei accendermi una sigaretta, prendere la macchina, mettere a tutto volume i Fleetwood Mac e sfrecciare a tutta birra verso la libertà. E invece sono qui, seduto su una sedia di plastica, ad aspettare che si facciano le sette e mezza.
Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Guardo la signora che sta nuotando. In realtà non è una signora, ma è una ragazza. Avrà massimo trent'anni, mi sembra di capire dal suo sedere bello sodo. Poi mi accorgo lentamente che non solo ha un bel sedere sodo, ma anche un gran bel paio di tette. Indossa però gli occhialini, e la cuffia, quindi il suo viso per me rimane un mistero. E allora comincio ad immaginare.
Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Li vedo. Vedo i tuoi capelli ricci, lunghissimi, neri come la pece. Che bel contrasto con la tua pelle così chiara,  e con i tuoi occhi così verdi, così brillanti. Mi sorridi, passi accanto a me.
-Ciao- e mi mostri quella lunga fila di perle bianche.
-Ciao- e la mia voce, come al solito, non è mai profonda abbastanza per risultare minimamente affascinante.
Si ferma lì accanto a me, e parliamo. Io le dico quant'è noioso stare lì seduto, a guardare persone che nuotano. Però poi le racconto di quanto sia bello lavorare con i bambini, insegnar loro a nuotare. Vederli ridere, giocare. Vederli contenti perché hanno imparato grazie al mio aiuto a nuotare senza alcun sostegno, senza alcun galleggiante. E così le faccio capire quanto il mio animo sia sensibile. Poi le parlo dei miei interessi, di me al di fuori della piscina. E così le faccio capire quanto il mio spirito sia tormentato. Lei è interessata, io forse mi dilungo un po' troppo parlandole di musica, citandole gruppi e generi che mai ha sentito nominare nella sua vita.
-Che dici, ti va di venire via con me? Abito proprio qui di fronte-.
Io esco, rimango in abiti da lavoro, lei è davanti a me. Apre il portone del palazzo di fronte alla piscina. Il palazzo con i balconi pieni di panni stesi, che assecondano il vento e le sue direttive. Saliamo insieme le scale, e il mio cuore batte forte. Lo sento in gola, e le mie mani sono sudate. Le gambe, quelle non me le sento più da qualche minuto. Mi rendo conto di avercelo duro come non mai. Davvero, lo dico spesso, ma questa volta è vero. Cristo quanto è duro, una cosa del genere mai nella vita.
Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff. Ciaff.
Mi giro verso destra, dove c'è l'orologio. Sono le tre e tre minuti. Possibile che il tempo passi così lentamente?
La ragazza esce fuori dall'acqua, io continuo ad essere eccitatissimo. Si toglie gli occhialetti, e la cuffia. Mentre va per indossare l'accappatoio la osservo bene. Capelli mossi, biondi. Gli occhi non riesco a vederli, è troppo lontana. Ha i lineamenti molto marcati, il suo viso è spigoloso. Ha le labbra sottili, e per questo deve essere una persona cattiva. Tutte le ragazze con le labbra sottili sono persone cattive, me lo dice sempre un mio amico.
Si avvicina verso di me, ma io non ho il coraggio di guardarla in faccia.
-Ciao- mi dice lei, senza accennare neanche un sorriso.
-Buona giornata- le rispondo io, guardando in basso, mentre cerco di non far svanire la bellissima immagine che pochi secondi prima mi aveva totalmente rapito.

Mi giro verso destra, dove c'è l'orologio. Sono le tre e cinque. Faccio un rapido calcolo mentale. Mancano sei ore alle sette e mezza.
Mi rendo conto che è impossibile che manchino sei ore.
Sconfortato, non so quanto manchi alle sette e mezza. Non ho voglia di scoprirlo.
Questa giornata sarà davvero lunga.

lunedì 3 ottobre 2011

Dio, quanto tempo!

Ultimamente mi capita spesso di scrivere. Scrivo su dei pezzetti di carta, molto piccoli. E per piccoli intendo della grandezza di uno scontrino. Detta tra noi, scrivo davvero sugli scontrini. Quando ci sono i momenti di noia a lavoro, in cui non ho voglia né di leggere né di stare ad osservare l'interessante vuoto che masnade di genti diverse mi propongono ogni giorno, prendo uno dei miliardi di scontrini che conservo nel portafogli e mi metto a scrivere. Che poi non ho mai capito perché conservi tutti questi scontrini. Poi, da bravo scrittore quale sono, poggio gli scontrini nel posto "ognidove" e, inesorabilmente, finisco col perderli, per sempre. Così ho deciso di riconsiderare le priorità della mia vita, dedicando così anche un po' di tempo a questo povero blog abbandonato.  Questo blog che una volta aveva anche qualche sostenitore. Incredibile. Comunque ho deciso che terrò da parte i miei scontrini d'ora in poi, e che pubblicherò su questo blog i miei inutili frammenti di pensiero. No, di scrivere tanto non se ne parla, da un anno a questa parte sembra che non ne abbia più le capacità.

Basta, basta. Che sono stanco e ho voglia di fumare.

martedì 29 marzo 2011

Permette una domanda?

Eccoti qua Stefano, quando non hai nulla da fare parti sempre sul piede di guerra con queste immaginarie interviste a te stesso.
Ma guarda che in realtà non sono immaginarie, sono vere e proprie interviste, e la certezza che queste avvengano sta nei caratteri leggibili or ora sullo schermo.
Sì, ma potrebbe essere una falsa intervista. In realtà non ti stai intervistando, stai solo scrivendo.
Sto dando risposte, è per forza un'intervista... dovrei evitare di rispondere oppure dovrei essere talmente malizioso dal riuscire ad estraniarmi da me stesso per far rispondere il mio corpo in maniera totalmente inconsapevole. Ma a quel punto diverrei davvero un genio maligno.
Dai chiudiamola qui, è un'intervista.
Perfetto.
Perchè scrivi? Cos'hai?
Mah, le solite cose. Quell'infelicità che ogni tanto spunta dal nulla e mi colpisce in pieno. Sì, è recidiva questa bastarda. E, naturalmente, come al solito, non v'è alcun motivo perchè questa sia subentrata proprio ora.
Quindi non sei felice.
No.
Ma in realtà lo sei.
Oggettivamente credo di esserlo, soggettivamente no.
Non ha senso.
Ah, nella mia testa ha un senso eccome!
Lo so, la tua testa è anche la mia testa.
E allora perchè mi fai queste domande?
Sennò che intervista sarebbe?
Scusa, hai ragione anceh tu.
Niente.
Comunque, ripeto, sono infelice. Non mi piace la mia vita, non mi piace il mio lavoro, non mi piacciono i miei amici, non mi piace la mia ragazza, non mi piace la musica che sto ascoltando, non mi piacciono i libri che sto leggendo.
Eppure sono cose che solitamente ti piacciono.
Ma sì, è un'infelicità estemporanea questa, stai tranquillo che a breve andrà a scocciare qualcun altro lasciandomi in pace.
Lo spero proprio.
Senti io ora mi fumerei una sigaretta, forse ne ho bisogno.
Pensi di averne bisogno, non ne hai davvero bisogno.
Ma io sono perchè penso, quindi NE HO BISOGNO.
Questo ragionamento non fa una grinza... il cogito ergo sum de sigarette powered by il René Descartes di Rebibbia.
Smettila di fare il finto erudito! Hai usato quattro lingue in una frase, e probabilmente hai anche sbagliato l'ablativo!
Non credo esistesse un termine per indicare le sigarette all'epoca dei Cesari.
No certo, intendo dire che hai sbagliato a declinarlo.
Se così fosse hai sbagliato anche tu.
Cazzo, da questa faccenda non se ne esce più.

sabato 4 settembre 2010

Merda

Merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda 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martedì 20 aprile 2010

Io ci provo, lo giuro

Dedicato a Anthony, Flea, John e Chad.

Casa dolce casa, ti rivedo finalmente. Neanche le incombenze più opprimenti riescono a tenermi troppo tempo lontano da te. Stamattina t'ho bramata tanto, ti volevo fortemente, eppure non potevi essere mia, un altro locale era la mia meta. Sono stato trattenuto per tanto tempo in una stanza fredda, spoglia, uno stupido ufficio. Ma ora ti vedo stanza e ti sento davvero mia, finalmente, dopo tanto tempo. La scrivania totalmente incasinata: un pacco finito di biscotti per la colazione, una bottiglietta con dentro l'acqua di un mese fa, il posacenere colmo, i dischi sparsi, i quaderni maltrattati, i libri letti per metà, i giornali mai sfiorati ma comunque acquistati. Dio come sei accogliente, come sei accomodante.
Ho scorreggiato.
Quello che qualcuno definirebbe tanfo lo percepisco come deliziosa manifestazione del mio Io, l'intimità messa totalmente a nudo. Pc, quante volte mi hai visto masturbarmi? E quante volte m'hai visto a letto con una ragazza?
L'orologio digitale qui alla sinistra del computer fa le 7.21. Sono le 15.40.
Sposto ancora una volta gli occhi altrove, getto uno sguardo distratto alla stanza, fatti contemplare per un attimo nella tua interezza, nel tuo splendore.
La libreria, là a destra. O libreria, che costringi al vocativo tanto sei bella, se solo tu avessi degli occhi per guardarti. I libri dell'università misti a quelli del liceo sù in alto, mai aperti. Tra i libri si nascondono una scatola di profilattici ed una di sigari. Poi tra un libro di inglese ed uno di letteratura c'è un astuccetto. Mi ricordo di quell'astuccetto, me lo regalarono dopo cena in un ristorante cinese. Questo astuccetto è orribile, rosso vermiglio, con una fantasia non meglio identificata di un tessuto leggermente più scuro. La zip è come qualsiasi altra zip.
Dentro c'è l'erba.
Poi sotto ci sono i dischi, e improvvisamente mi rendo conto che quello che sto scrivendo l'ho già scritto mesi fa, e l'ho pubblicato anche su questo stesso blog.
Davvero non ho niente da dire?

lunedì 12 aprile 2010

Per dimostrare la mia coerenza.

Questo post è dedicato a chi non vuole che smetta di scrivere ed anche, come al solito, a Sharon.

Visto che solo pochi giorni fa avevo ammesso di non voler scrivere più, rieccomi. Ma non scriverò più come prima, no. Non sono più quello di prima. Ora ciò che scriverò sarà probabilmente stupido, probabilmente poco interessante, probabilmente inutile (più di quanto non fosse ciò che scrivevo in precedenza). Perchè una strana stella brilla nel cielo, e la sua luce mi colpisce direttamente. Pensate mai al fatto che le stelle che vediamo in realtà sono il passato? Per chi non lo sapesse, le stelle distano anche migliaia di anni-luce da noi, e così ciò che vediamo è la luce partita dalla stella migliaia di anni fa. Probabilmente alcune delle stelle che noi vediamo ora in cielo adesso non esistono più. Noi vediamo la stella nel momento in cui forse sulla terra spadroneggiavano i dinosauri. Interessante, vero? Eppure stavo dicendo qualcos'altro. Che una strana stella brilla solo per me. Strana perchè non c'è sempre una stella per tutti. Questa stella mi ha cambiato ed ha portato nella mia vita molta fortuna, molta felicità, molto amore. In fondo, una persona da sola è bastata a cambiare totalmente me e la mia vita. Ora ho sempre qualcosa da fare, anche quando sto a casa a grattarmi la sacca scrotale. Il solo pensare a lei mi fa sentire così bene, così appagato, così vivo e così vero. Sì, sono cambiato. Adesso quando parlo con lei faccio delle vocine davvero stupide, è imbarazzante la cosa ma non riesco proprio a controllarla. A volte faccio anche il verso del gattino, dio santissimo mi faccio davvero ribrezzo. E dico cose delle quali mi vergogno, naturamente col senno di poi. Per esempio, una sera eravamo insieme a delle sue amiche ed era uscito fuori il discorso che lei sarebbe partita per un paio di giorni. Una sua amica, scherzando, disse: "E come farò senza di te per due giorni?". Io risposi con un'intonazione simile a quella che darebbe una bambina ad una cantilena: "C'è chi durante questi due giorni starà anche peggio di te". Non feci in tempo a rendermi conto di ciò che avevo detto, e di come lo avevo detto, quando mi ritrovai tutti gli sguardi puntati su di me. Mi sentii uno schifoso vermiciattolo da giardino. Cosa avevo detto? Cosa mi era saltato per la testa? Cristo santo non potevo fare un discorso così perchè non l'avrei vista per due giorni.
E invece l'avevo fatto.
A dire la verità vidi piuttosto imbarazzate anche le persone che mi guardavano, il che è davvero il peggio. Quando riesci a far imbarazzare un'altra persona per una cosa che hai fatto tu e nella quale l'altra non c'entra assolutamente nulla, allora sì che hai toccato proprio il fondo. Io stavo cercando di sprofondare ancora di più in quella fossa che mi stavo scavando da solo facendo stupide smorfiette con la faccia e tirando fuori dei versi da fumetto tipo "umpf" o "mmmh".
Ormai sono dipendente da lei, è una brutta cosa. Quando si è dipendenti da una persona si annulla una parte di se stessi, e la cosa non va bene. Ma alla fine è il prezzo che si paga per essere felici, ed io sono ben felice di saldare il conto con l'amore senza lasciare arretrati.
La cosa bella è che poi, in assenza della fonte di dipendenza, vengono a creasi altre varie piccole dipendenze che sopperiscono, per quel che possono, all'assenza di quella principale. Per esempio quando non sto con lei fumo sempre come un turco, e spesso mi masturbo. Ed io già prima mi masturbavo spesso, ma adesso sto raggiungendo limiti vicinissimi all'indecenza. Oggi, proprio oggi, ho sviluppato una nuova dipendenza. Lo spray per il mal di gola. Probabilmente dentro quel tubetto c'era qualche sostanza tossica che creava dipendenza, avrò fatto almeno una trentina di inalazioni. Naturalmente parlo all'imperfetto perchè è finito, non c'è più nulla dentro. Ora passerò al colluttorio. Poi mi troverete morto sul ciglio di una strada, con del dentifricio sulle labbra.
Insomma, volevo imbastire un discorso quando ho cominciato a scrivere, ma ho divagato troppo ed ora me lo sono scordato. Capita spesso.
Vado a fumarmi una sigaretta. Trovo interessante la varietà di tempi verbali utilizzati in questo post, non è affatto unitario.